I nuovi poteri forti torinesi sedotti dal ganzo Giulio

Giulio Tremonti è giunto ieri all’Unione industriale di Torino poche ore dopo il varo degli incentivi che, per la prima volta nella storia della politica industriale italiana, non riguardano l’automobile. Ma non c’era aria di contestazione o di fronda. Mancava Sergio Marchionne, ma la sua era un’assenza giustificata: il ceo di Chrysler, in questi giorni, è a Detroit. Ad accogliere il ministro dell’Economia c’erano però il presidente di Exor e vicepresidente di Fiat, John Elkann, e Gianluigi Gabetti, oltre all’ex ministro e neo presidente di Assogestioni, Domenico Siniscalco, e a Gianfranco Carbonato, presidente dell’Unione industriali.
19 AGO 20
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Giulio Tremonti è giunto ieri all’Unione industriale di Torino poche ore dopo il varo degli incentivi che, per la prima volta nella storia della politica industriale italiana, non riguardano l’automobile. Ma non c’era aria di contestazione o di fronda. Mancava Sergio Marchionne, ma la sua era un’assenza giustificata: il ceo di Chrysler, in questi giorni, è a Detroit. Ad accogliere il ministro dell’Economia c’erano però il presidente di Exor e vicepresidente di Fiat, John Elkann, e Gianluigi Gabetti, oltre all’ex ministro e neo presidente di Assogestioni, Domenico Siniscalco, e a Gianfranco Carbonato, presidente dell’Unione industriali. Carbonato è considerato in ambienti piemontesi come una figura chiave nella geografia politica economica che segue con interesse l’azione tremontiana.

L’avventura industriale di Carbonato, classe 1945,
una laurea al Politecnico e un passato da ricercatore universitario, comincia nel ’77 sotto un cavalcavia di corso Francia, dalle parti di Collegno. Qui, assieme a Gianmario Rossignolo, destinato a essere relegato ai margini del sistema Fiat da Cesare Romiti, Carbonato mette in pratica un’idea da tecnologo di laboratorio che i Big di Mirafiori bocciano in partenza: usare il laser per tagliare plastica e lamiera. Una fantasia scolastica, al più un’industria di nicchia, sentenziano gli esperti della grande industria. Oggi l’azienda di Carbonato, Prima Industrie, figura tra le prime cinque della classifica mondiale delle macchine laser. Non stupisce che la Confindustria abbia scelto lui per il board del fondo per le piccole aziende promosso dalla Cassa depositi e prestiti con le grandi banche, creatura prediletta di Tremonti. L’uditorio industriale ieri era a tratti ammaliato dal titolare del Tesoro. D’altronde non solo a Torino Tremonti sembra riscuotere più simpatie in quello che fu il quartier generale della grande industria e del grande sindacato piramidale che non nelle terre delle partite Iva, stressate dall’attesa di riforme fiscali che non arrivano. In attesa del voto, si dividono i destini delle due grandi fondazioni ex bancarie. Da una parte c’è la Compagnia di San Paolo, finanziatrice dei progetti più chic (l’accademia del Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, ad esempio), che stenta a far sentire la sua voce in Banca Intesa.

Dall’altra c’è la Fondazione Crt,
che gioca una sua partita di vertice in Unicredit, Generali e, di riflesso, pure in Mediobanca. Grazie anche a investimenti come quello in Autostrade spa, a suo tempo aspramente contestato da alcuni consiglieri. Le partite bancarie torinesi ma con riverberi nazionali sono seguite dal titolare del Tesoro. Le figure chiave sono due. C’è Fabrizio Palenzona, che ha studiato da banchiere sotto Vincenzo Maranghi, lontano dall’impero Agnelli, e ora in sintonia con Tremonti. Dall’altra un establishment che, nonostante l’impegno di Angelo Benessia, stenta a individuare l’erede di Enrico Salza. Ma ieri era il giorno degli industriali, che non hanno esitato ad approvare le ultime iniziative di Tremonti e a biasimare alcune vecchie misure prodiane. Musica per le orecchie del ministro, che ha annotato anche le richieste di sconti fiscali, prima di andare ad ascoltare i commercianti e lanciare la proposta di una doppia aliquota sulle banche: più alta per chi specula.